Per caso, un giorno, sott'acqua

Questa settimana la nostra carrellata di testimonianze cambia rotta in tutti i sensi. Arriviamo alle Maldive con Simona per gli amici "Keke" Mauro, che partita come assistente turistica per Hotel Plan Italia e Best Tours Milano, all'Hilton Rangali, si è ritrovata a fare immersioni i insieme ai membri dello staff del diving Prodivers a Vakarufalhi, Hilton Rangali, e ancora Vakarufalhi, tutte nell'atollo di Ari

 

Quando è nata la tua passione per la subacquea? Non direi che sia nata in qualche momento, direi piuttosto che c'è sempre stata. L'acqua ce l'hai nel sangue. Detta così fa problema di salute, ma ci siamo capite, no? Ho fatto la prima prova in acqua a 19 o 20 anni. Ero in Thailandia. Quell'anno avrei dovuto trascorrere l'estate tra New York e il Messico ma, in attesa della Green Card, alla dogana dell’aereoporto Kennedy mi hanno scombinato i piani. Accesso negato e rientro in Europa seduta stante. Sento degli amici e mi dicono che sono in partenza per il paese del bambù. Mi piace l'idea e mi aggrego. Mentre viaggio verso il punto d’incontro faccio amicizia con delle ragazze di Parma in partenza per la Malesia. Mi invitano ad andare con loro. Mi sono detta “E perché no?” La meta: Rawa, una piccolissima isola hotel con 10-12 bungolow sulla spiaggia. Molto spartana ma stupenda. Dopo un viaggio piuttosto difficile e lungo. Finalmente raggiungiamo Rawa e si fa il primo tuffo. La sospensione nell'acqua era altissima in quel periodo. Mi si tappa l'orecchio destro e inizio con I primi problemi di udito e di compensazione. Provo infatti a campensare in apnea, ma niente. Un dolore sordo si presenta ogni volta che cerco di scendere. Penso “Mi rifarò a Koh Samui. Nel frattempo questo problema passerà” E invece no, il problema non passò, anzi si fece più fastidioso, tanto da rischiare infezione e lesione alla membrana. Mi rimane, infatti, una lesione minima alla membrana, sensibilità ad altitudine e profondità e perdo un filo di udito. Mi dico “E adesso come faccio? Io mi voglio immergere”. Sarà solo anni dopo, alle Maldive, che finalmente riuscirò a compensare senza problemi.

 

Non riesco  a compensare

Uno degli ostacoli che possono presentarsi già dalla prima prova in acqua è la difficoltà di compensazione della pressione esterna, con quella interna. In pratica: quando ci immergiamo tutto il corpo subisce una compressione dall’acqua che varia a seconda della densità degli organi e degli elementi che lo compongono. Il timpano, membrana elastica per eccellenza, è tra le parti più sensibili e la più suscettibile di variazione in funzione della pressione esterna. Sia che si tratti di un tuffo di prova, come di un esercizio in piscina o al mare, l’istruttore o chi ci accompagna, spiegherà le manovre più facili e diffuse per ovviare al problema. Durante il corso, ci si esercita costantemente allo scopo di rendere “automatica” la manovra non appena si presenti il classico fastidio o fischio, in uno o entrambe le orecchie. L’allenamento permette di affrontare con maggiore tranquillità e naturalezza questo passaggio e l’imersione stessa. Compensare infatti, non è più complicate in profondità che in sperficie, bensì il contrario. I primi 5/8 metri sono i più spinosi da questo punto di vista e durante l’immersione, può capitare anche ad assetto stabile, di dover compensare. Questo accade perché si cambia profondità, perchè ci troviamo in una corrente fredda che irrita la membrana, o nel caso di prime immersioni, l’assetto non è ancora controllato e le continue variazioni di quota, richiedono successive atti compensatori. Fin qui la fisiologia, ma un fattore altrettanto importante è la tensione, anche nel caso di Simona sembra che, nonostante l’acquisizione di molta esperienza, l’antipatico dolore non la abbandonasse. E se fosse stato il clima o lo stato d’animo in cui ha vissuto quel particolare periodo? Affrontare l’immersione con tranquillità e voglia di divertirsi aiuta a superare molte difficoltà e sicuramente a portarsi a casa un gran bel ricordo. Esistono poi condizioni fisiche tali per cui diventa complicate potersi immergere se non impossibile, ma sono poco frequenti.

Qual è il ricordo più emozionante? Sicuramente è stato l'incontro con uno squalo balena alle Maldive. Un po' più lungo del nostro dhoni (8 metri circa). Era la mia ultima immersione, prima del rientro in Europa. Pass oceanica tra Dangheti e Diggurah, Atollo di Ari Sud. Avevamo già iniziato la risalita quando compare lui. Ci dicono dopo essere un cucciolo. Io e il mio compagno ridiamo dall'emozione, lo stupore è con noi. È stupendo e si ferma con il nostro gruppo in corrente, per un po'. Ci nuota attorno, si ferma, si immerge e risale accanto a noi. Eravamo tutti in fila, spalle al reef di Dangethi, sembrava di essere a Maranello in attesa del passaggio del Vale. È così speciale l'evento che un braccio estraneo mi strappa l'erogatore di emergenza. Un fenomeno era rimasto senza aria. Tutti sapevano del mio basso consumo d'aria, in media in 1 ora, 80 bar dai 200 circa di inizio immersione. Era un classico. In ogni nuovo gruppo di divers c'era sempre chi notava la mia aria durante, o a fine immersione. Lo staff era abituato ormai e rideva. La risposta solita era: ”Quale attrezzatura? Di chi? Simona?! Simona ha le branchie!”

 

Consumo dell’aria

GIà perchè quando ci si immerge si continua a respirare, ma ovviamente la miscela d’aria contenuta nelle bombole a un certo punto termina. Sono stati fatti molti calcoli e studi per definire dei parametri che permettano, di sapere, a seconda della profondità e del tempo d’immersione, la quantità d’aria necessaria per portare a termine, tappe di sicurezza comprese, la propria immersione. Non si deve mai risalire senz’aria nella bombola, ma con un residuo medio di 50 bar/atm proprio per garantirsi una riserva in caso di emergenza che potrebbe riguardare noi o il nostro compagno. Il consumo d’aria è un fattore molto soggettivo, legato a molteplici fattori, fisici e psicologici. Conosco persone di struttura decisamente robusta che consumano meno di me che peso la metà, così come anche ai più esperti può capitare uno stato momentaneo di stress che porterà al più rapido svuotamento della bombola. Casi come Simona non sono rari, persone senza particolare esperienza e allenamento che per natura, hanno un consume bassissimo. Che cosa fare per avere le conoscenze corrette così da ottimizzare le nostre performance aerobiche e conoscere eventuali tecniche da applicare all’uopo? La frequentazione di un corso serve anche per questo: abitua il nostro corpo a muoversi nel mezzo liquido nel modo più “economico” rispetto al dispendio di energie quindi di aria, ci fornisce la conoscenza e il corretto utilizzo della nostra attrezzatura da cui deriva la maggiore tranquillità in acqua e la corretta reazione in caso di imprevisti. La presenza del compagno di immersione permette di affrontare anche il caso più estremo quando per diversi motivi ci si può trovare a corto di riserva. Il secondo erogatore del compagno ci aiuterà a terminare senza problem se non una tirata d’orecchie da chi avrà dovuto accorciare il tuffo per accompagnarci in superficie.

 

Il ricordo più brutto? Mar Rosso. Sono in coppia con una ragazza di Milano. Si spaccia per super esperta. Di fatto, ci tuffiamo dalla barca e, raggiungendo la quota per iniziare la nostra immersione, sento l'aria cambiare sapore in bocca. Questa esperienza la riconosco, è narcosi. La poca simpatia agli aghi mi è tornata utile. Il mio dentista proponeva la pre-anestesia con la mascherina di azoto e quindi ricordo benissimo il sapore. Mi guardo attorno e “la super esperta” si stava facendo bellamente i fatti suoi, guardando una piccola murena. Per fortuna, intervengono due amici. Mi fanno alzare di quota, avvisano il dive master e mi riprendo. Uscita dall'acqua, ho ribaltato la mia buddy.

Hai mai pensato di mollare? No. Non mi immergo da un po' ma per altri motivi.

Preferisci le immersioni naturalistiche, sui relitti o tecniche? Naturalistiche. Adoro il mondo micro. Nudibranchi, vermi piatti, cavallucci, piccoli gamberetti lavatori. La lista è infinita.

È importante essere insieme agli amici quando ti immergi? È indifferente. Mi sono immersa con amici, fidanzato e con estranei. Mi interessa maggiormente che il mio compagno sappia cosa sta facendo. Ho avuto istruttori molto bravi, preparati e attenti. Stefan, un mio fidanzato, era patito per la biologia marina. In immersione mi segnalava di tutto. La sera, prima di cena, mi raccontava con passione cosa avevamo visto, dove cercare cosa, quali dettagli conoscere per trovare quello che cerchi. Ricordo che Sven, il nostro capo base a Vakarufalhi, fece interrompere un'immersione perché eravamo in uno shark point. Solitamente, non c'erano più di due barche per punto di immersione. Sven notò che gli squali quel giorno (per la maggior parte dei grigi) erano particolarmente vigili e nervosi. Ci fece risalire. Sul rientro, una barca di un altro diving stava “pasturando”, era la prima volta che succedeva. Ne seguì una telefonata a geroglifici tra i due base leader, con notifica ai rispettivi GM dell'isola.

Quali sono le sensazioni? Sott'acqua sempre molto serena e tranquilla. In superficie, con gli amici goliardi si ride. Con fidanzato, istruttore sub, appassionato di biologia marina, vedi cose che magari con un altro buddy non vedresti. Ho avuto la fortuna di avere quasi sempre compagni molto in gamba. In generale, belle uscite.

La tua attrezzatura? L’elemento che non cambieresti mai? Cambierei il Gav. Alle Maldive mi immergevo con un Gav comodissimo e poco ingombrante. Mi piaceva anche il colore: marrone invecchiato, anche lo stile ha il suo perché. Non ricordo però di chi fosse e non l'ho mai più ritrovato uguale.

Che cosa chiedi ai diversi “pezzi” dell’attrezzatura? Qual è l’aspetto imprescindibile per essere ottimale? Tralasciando la manutenzione, qualità e affidabilità, sotto non si scherza.

In che senso è cambiato il modo di andare in acqua? Tutto cambia, niente è uguale a sé stesso. Non potrei pensare a niente di statico.

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