Fashion in mostra a Palazzo Madama di Torino

C’è un filo di continuità che collega le passerelle della moda di Parigi, Mosca o Milano con la gente che vive nelle foreste pluviali della Papua Nuova Guinea e attraversa i villaggi africani, i templi di Giava e le praterie degli Stati Uniti. Questo fil rouge è l’abbigliarsi per esprimere il carattere del singolo e la sua appartenenza a una certa classe sociale, etnia o gruppo. Questo viaggio nello spazio e nelle epoche è rappresentato da Fashion, la mostra che raccoglie 62 fotografie del National Geographic in mostra a Palazzo Madama a Torino a fino al 2 maggio

 

Fashion, racconta attraverso 62 scatti di grande formato realizzate da 36 fotografi di fama internazionale il significato storico e culturale dell'abbigliamento e dell'ornamento. «La mostra - spiega Marco Cattaneo, curatore della mostra e direttore di National Geographic Italia - nasce da un vecchio volume che avevamo pubblicato. Abbiamo selezionato 4.000 immagini su 9 milioni e mezzo di foto d'archivio e ne abbiamo poi scelte 62. Non è stato facile. Abbiamo privilegiato le immagini di impatto immediato, con accostamenti visivi e concettuali».

Così, i pois della veletta del cappellino dell'attrice Benedetta Buccellato che si prepara a entrare in scena fotografata da William Albert Allard al Teatro Greco di Siracusa una sera del 1995 sembra riprodurre la superficie a schiena di una donna nuba completamente ricoperta di cicatrici permanenti, sinonimo di bellezza, immortalata da Horst Luz in Sudan nel 1966.

Mentre l’idea di movimento data dagli abiti che fluttuano nell’aria si ritrova nei gonnellini di erba che i ragazzi Mbuti (Repubblica Democratica del Congo) indossano durante la cerimonia della circoncisione fermati nel 2004 nello scatto di Randy Olson ma anche nei lunghi abiti di un derviscio danzante rappresentato da Reza a Istanbul nel 1994.

«Lo spirito della mostra – continua Cattaneo – è un viaggio attraverso il mondo nello spazio e nel tempo attraverso il modo di vestirsi. Attraverso queste fotografie possiamo apprezzare come cambiano gli scenari spazio-temporali ma le affinità rimangono di fondo». Affinità che si può apprezzare confrontando i copricapo delle donne di Gida ispirati agli elmi dei guerrieri fotografate da Maynard Owen Williams in Grecia nel 1930 con quelli di una donna Hmong e suo figlio fermati in uno scatto fatto nel 1974 nel Laos da W.E. Garrett. Queste due immagini, così lontane nel tempo e nello spazio, sono inverosimilmente simili, quasi uguali. «Le affinità e le differenze – sottolinea Cattaneo – si ritrovano anche in questo momento di globalizzazione. Oggi gli stilisti si ispirano a mondi lontani. Di contro in quei luoghi si vedono le persone vestite in maniera occidentale. Se però si pone attenzione si nota come un particolare, un ornamento siano espressione di appartenenza a un certo popolo. Le donne indiane, per esempio, hanno accantonato il sari, poco adatto al ritmo di vita moderno, ma si adornano con accessori o gioielli che richiamano la loro tradizione». Da qui la globalizzazione perde il significato di omologazione e acquista quello di contaminazione. Ovvero rimanere differenti modellando ed elaborando la propria individualità aggiungendo particolari che creano lo stile di ognuno e ne rivendicano l’appartenenza.

«Un’altra riflessione scaturita da questa mostra – specifica Cattaneo – è l’evoluzione della funzione dell’abbigliamento. Infatti agli albori della storia serviva per ripararsi e sopravvivere agli elementi avversi della Natura e ancora oggi ci aiuta a resistere nelle difficoltà dell’esistenza». Seguendo questo percorso il velo che copre il volto della moglie di un tintore di seta ritratta da Cary Wolinsky in India nel 1988 diventa l’abito trasparente che una modella indossa sulla passerella della settimana della moda di Londra fermata nello scatto del 1997 di Jodi Cobb.

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