CORALLO, L'ORO ROSSO DEL MARE

 

Esiste in Natura un esempio pratico del detto “l’unione fa la forza” ed è il corallo. Infatti il corallo è percepito come un singolo organismo ma in realtà è formato da migliaia d'individui identici detti polipi, ognuno grande solo pochi millimetri.

 

Questi piccoli operai lavorano alacremente per costruire i loro rifugi che hanno forma e dimensione variabili e sono sparsi nelle acque costiere tropicali in cui formano trottoir (Mar Rosso), atolli (isole polinesiane) o barriere (Australia). Per quanto riguarda l’Italia fino alla fine degli anni Novanta, il nostro è stato il primo paese nella pesca del corallo rosso che veniva, e viene ancora, pescato soprattutto in Sardegna. Altro luogo corallifero era Trapani e il suo territorio dove, tra il XV e il XVI secolo i pescatori iniziarono a raccoglierlo grazie all'abbondanza dei banchi corallini scoperti. La pesca iniziava nel mese di maggio e terminava a settembre e l'artigianato della lavorazione del corallo divenne così importante per l’economia dell’area che i corallari non solo si riunirono in una corporazione ma diedero il nome a una strada, via Corallari. In conseguenza della riduzione della pesca del corallo rosso mediterraneo, in Italia e in particolare a Torre del Greco, che da sola detiene il 75% del mercato mondiale del corallo, viene importata una quantità progressivamente maggiore di corallo del Pacifico appartenente ad altre specie e di minor valore.

 

In Europa sono rimasti banchi sulle coste della Sardegna e della Corsica, sulle coste francesi delle Alpi Marittime (vicino a Cannes), sulle coste liguri e, principalmente, intorno alle isole che circondano la Sicilia, dalle Eolie a Linosa, a Pantelleria fino a Malta. Uno dei banchi più famosi è quello di Sciacca che è formato da giacimenti di coralli morti accumulati dalle correnti. Anche nel golfo di Napoli, vicino a Capri, a Ischia, a Torre del Greco ci sono importanti banchi coralliferi. La rarità del corallo ha attirato l’attenzione della criminalità e, secondo l'ultimo rapporto della Conferenza delle parti (Cop) Cites, sarebbero oltre trecento i "pirati del corallo" nel Mediterraneo.

 

 

«Il corallo che impiego nelle mie creazioni - dice Platimiro Fiorenza, ultimo maestro corallaio di Trapani e uno dei più celebri in Italia – viene da tutti le parti del mondo dall’Oriente alla Cina e, in minima parte, anche dal nostro mare. La differenza sostanziale è che il corallo orientale è più grosso rispetto al nostro e ben si presta per l’incisione a “tutto tondo”. I nostri hanno dimensioni contenute e richiedono una lavorazione più complicata perché per realizzare un gioiello bisogna assemblare diversi piccoli pezzi. Questa è detta “tecnica a incastro”, è molto antica e fu inventata proprio dagli artigiani trapanesi». Platimiro, con la modestia tipica dei siciliani, cita appena che la sua “Madonna di Trapani” in oro, corallo e gemme è esposta nei Musei Vaticani e che, con gli stessi materiali, ha realizzato un’acquasantiera per Papa Giovanni Paolo II. Mentre bisogna incalzarlo per fargli ammettere di essere stato inserito, nel 2013, nel R.E.I, il Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia nel Libro dei “Tesori Umani Viventi”.

 

«L’artigiano – continua Fiorenza – è schiavo del corallo. Infatti non esiste un cespo di corallo uguale a un altro e quindi prima si studia la forma e poi si disegna il manufatto». Nascono così gioielli unici (i cui clienti sono rigorosamente top secret) come il pendente in oro, corallo rosso, brillanti, smeraldi e perle o la collana in oro e corallo che, smontandola, diventa una parure composta da orecchini, anello, bracciale e ciondolo.

 

«Il colore del corallo – conclude Platimiro – varia a seconda della provenienza. Per fare un esempio siciliano, quello trapanese va dal rosso chiaro alle tonalità più intense. A Sciacca va dal giallo pallido fino all’arancio mentre quello di Messina varia dal rosa pallido al bianco».

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