Cosmoprof 49: la bellezza è halal

Oggi, nel mondo, ci sono oltre 1,6 miliardi di musulmani; numero che, secondo una ricerca del Pew Research Center di Washington, nel corso dei prossimi trentacinque, crescerà del 73% (più in fretta di qualsiasi altra grande religione). Visti dagli occhi del business questi sono numeri molto appetibili e spingono a strutturare strategie di marketing mirate. L’industria della cosmetica non rimane certo indietro e sta studiando per mettere a punto linee di cosmetici Halal. Specchio del settore, Cosmoprof, ha dedicato un’area a smalti, rossetti, saponi, tinture e creme prodotte secondo i dettami dell’Islam.

 

«Halal – spiega Annamaria Aisha Tiozzo, esperta di certificazioni religiose e di marketing islamico e presidente di WHAD World Halal Development, il centro di italiano specializzato nella certificazione di cosmetici e farmaci – è un termine arabo che significa lecito, permesso secondo le prescrizioni di comportamento islamiche. Quando è riferito ai generi di consumo, il termine Halal si riferisce a tutti i prodotti il cui utilizzo o il cui consumo sono permessi a un credente musulmano».

Fino a pochissimi anni fa, il termine Halal veniva associato quasi esclusivamente al cibo, poi il proliferare di standard internazionali (malesi, indonesiani, UAE e altri) per regolare  anche la certificazione Halal dei cosmetici (che “nutrono” il corpo penetrandovi attraverso i pori della pelle) ha fatto da traino a una maggiore consapevolezza delle consumatrici e dei consumatori e, di conseguenza, al mercato che equivale oggi a un terzo della popolazione mondiale. Ma il dato più interessante è che il 30% dei cosmetici e del personal care certificato viene comprato da consumatori non musulmani. Questo perché il cosmetico Halal deve essere non solo lecito, ma anche Toyybaan. Ovvero puro, pulito, salutare, etico, non testato sugli animali, possibilmente organico, insomma tutti concetti che incontrano i favori anche dei consumatori del bio, dell’organico, del cruelty free o del vegano.

«Il consumatore musulmano – continua la Tiozzo - è molto attento nella scelta dei suoi acquisti, ed è esortato ad analizzare gli ingredienti. Il fedele deve evitare, tra le altre cose, prodotti di origine suina o comunque di origine animale ove lo stesso non fosse stato macellato ritualmente, ma anche alcool etilico, sangue e derivati. Inoltre la presenza di tanti ingredienti dubbi (in particolare nella cosmetica) si traduce in un mancato acquisto. Il consumatore tipo è donna (con una percentuale di uomini) di età medio-bassa (15-40 anni), colta e tecnologica, ama l’innovazione ma è fortemente ancorata ai propri principi religiosi ed etici e alle tradizioni della terra d’origine». È quindi intuibile come la certificazione di un ente serio venga in aiuto del consumatore musulmano rassicurandolo che il cosmetico è stato controllato in tutte le fasi del processo produttivo, dal ricevimento delle materie prime fino al confezionamento e oltre visto che anche l’immagine pubblicitaria e il packaging devono essere conformi e non offensivi.

«I cosmetici Halal – conclude la Tiozzo – sono in vendita nella grande distribuzione, in farmacia e, recentemente, in profumeria. La prossima evoluzione sarà il canale professionale, estetiste e parrucchiere, che però necessitano di una formazione ad hoc sui prodotti, ma anche sulle tipologie di trattamenti, dato che vi sono restrizioni religiose su alcune parti del corpo». Al di là di tutti i tecnicismi Annamaria ci tiene a sottolineare che «la bellezza Halal non è solo una questione di ingredienti, ma dell’ uso che si fa dell’aspetto esteriore. E non è di certo una prerogativa  solo islamica la prescrizione e la speranza che a una bellezza esteriore  debba corrispondere anche una bellezza interiore. Altro concetto fondamentale è il rispetto per l’ambiente. L’uomo è custode delle meraviglie e delle risorse  della terra, e prendersene cura è un atto di fede».

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